Lavori in Campo

I campi sportivi RINFORZATI in Italia

Calcio, tv e campi da rifare. Ma quanto vale una zolla?

Ogni anno, puntuali come le tasse e la morte, arrivano le polemiche sullo stato pietoso dei campi di serie A e B. È successo, complici i primi freddi e le prime piogge, anche questa settimana: da Nord a Sud, …Leggi tutto

Ogni anno, puntuali come le tasse e la morte, arrivano le polemiche sullo stato pietoso dei campi di serie A e B. È successo, complici i primi freddi e le prime piogge, anche questa settimana: da tutta Italia arrivano ed arriveranno  impietose inquadrature televisive hanno sottolineato l’ennesimo spread tra il calcio italiano e gli altri campionati europei, dove tenuta e aspetto del manto erboso sono (quasi) sempre perfette.

Solo un problema estetico? Naturalmente no, anche se l’occhio vuole la sua parte. E infatti quando l’occhio è quello delle pay tv, che pagano profumatamente per trasmettere le partite in diretta, può anche capitare che qualcuna di loro alzi la voce con la Lega Calcio, e che quest’ultima spedisca uno dei suoi agronomi di fiducia, Giovanni Castelli, a chiedere lumi alle società interessate. Le quali hanno risposto alla solita maniera, che qui proviamo a sintetizzare.

Rifare un campo da calcio è impresa onerosa, soprattutto in tempi di austerity. Con l’erba naturale si spendono circa 150 mila euro, ma sono necessarie almeno due rizollature l’anno. Costi ai quali vanno aggiunti altri 150-200 mila euro per le lampade necessarie ad accelerare il processo di fotosintesi: spesa insopprimibile, visto che parliamo di terreni da due/tre ettari che necessitano di tornare rigogliosi in una o due settimane.

Sul lungo periodo, spiegano gli assetti ai lavori, risulterebbe  più economico e anche più efficiente adottare il cosiddetto «rinforzato», il misto sintetico-naturale adottato in quasi tutti gli stadi inglesi, con non più del 10%  di plastica nel campo che resiste da 18 a 24 mesi e che proprio all’inizio di questa stagione ha fatto la sua comparsa in Italia a San Siro e al Bentegodi di Verona prima, per poi comparire nello Juventus Stadium e ultimamente al Mapei Stadium del Sassuolo.

Tale sistema di erba sintetica cucita nel tappeto naturale, sviluppato da soltanto due aziende internazionali, una olandese e l’altra inglese, non fanno altro, con un telaio mobile iniettare fibre sintetiche con una distanza tra loro di 2 cm ed a una profondità di 18/20 cm nel terreno. In questo modo si otterrà oltre che alla colorazione sempre verde del campo, un rinforzo dell’erba naturale stessa, in quanto le radici di quest’ultima si andranno ad ancorare alle fibre di plastica rendendo il campo molto più resistente ai divot dei calciatori. Inoltre cosa ancor più importante tale sistema di rinforzo non supererà mai il 10% di plastica in campo, mantenendolo come un normale campo naturale e nessun problema di smaltimento ne di esaurimento. Insomma si presuppone il futuro di tutti i primi campi sportivi di calcio e rugby.

Il problema sono i costi di avviamento: almeno 400 mila euro, che né i comuni né le squadre di calcio sono disposti ad accollarsi.

La verità è che, su questo come su molti altri fronti, il calcio italiano si muove solo in caso di avvenimenti estremi. Le eccezioni esistono e sono notevoli: dall’impianto di Novara, completamente sintetico, al nuovo Juventus Stadium. Ma il fatto che nelle grandi città il problema continui a presentarsi dimostra come alle sue radici ci siano cause:

la vetustà degli impianti ricostruiti in occasione di Italia 90 e la mancanza di risorse dei comuni.

La questione non è solo estetica, ribadiamo. Ma anche sostanziale: perché chi gioca con i tacchetti su un fondo che al massimo andrebbe bene per il beach soccer rischia di rimetterci le articolazioni oltre che alla loro performance. E a quel punto le società di calcio, che necessitano di tutelare il loro unico asset di pregio (il contratto di prestazione sportiva, cioè volgarmente la proprietà dei calciatori) finiscono per alzare la voce a loro volta.